Il capitale culturale non abita più qui
Presentazione del libro «In tempo reale» di Tonio Schachinger, in dialogo con Edoardo Prati, svoltosi alla fiera Più Libri Più Liberi di Roma, dicembre 2025.
10 maggio 2026 · Leonardo Alloro
Mentre ascoltavo Edoardo Prati e Tonio Schachinger dialogare, ho avuto la netta sensazione che la scuola, per come l’abbiamo costruita, sia diventata un’opera teatrale in cui tutti abbiamo dimenticato il copione. Prati apriva il dialogo parlando di «salvezza» e «palestra di civiltà», ma Schachinger lo ha gelato subito con una di quelle provocazioni che restano attaccate addosso: «La scuola è un po’ come una prigione: quando sai che non puoi scappare, finisci per divertirti perché non hai nulla da perdere». Schachinger sostiene che i legami tra banchi nascano solo dal caso, ma che i ragazzi li percepiscano come eterni per via di un’assenza di alternative. È una visione cruda, che smantella ogni romanticismo scolastico, ma spesso realistica.
Mi ha colpito molto la sua analisi sul “capitale culturale”. Schachinger descrive i professori — e il suo professor Dolinar nel libro ne è l’archetipo — come attori che recitano l’importanza vitale della letteratura, pur sapendo che i loro studenti useranno quei libri solo come un distintivo sociale. Mi sono chiesto quanti di noi, tra le chiacchiere con gli amici, o sul posto di lavoro, dicano «Sì, l’ho letto» solo per marcare uno status, per sentirsi parte di un gruppo. Concludendo aggiunge:
«L’istruzione non mira a formarli per lavorare nella cultura, ma solo a fornire loro un po’ di capitale culturale»
Il mio interesse, però, è caduto inevitabilmente su Till, il protagonista. Till ama i videogiochi, e io ho finalmente sentito un autore parlarne senza quel fastidioso paternalismo critico che spesso ammorba le pagine culturali. Per Till — nato nel 2002 — il gaming è un mondo immersivo, non un rifugio alienante. Nel libro è presente un passaggio, quasi comico, in cui Till tenta di spiegare il valore del suo mondo alla madre, che finisce per scaricare Candy Crush. È lì che ho capito la lezione di Schachinger: quando conosci qualcosa molto bene, ogni semplificazione ti lascia insoddisfatto. Zelda non è un gioco, ma può considerarsi un’esperienza unica per chi ne sa un po’ di questo mondo. Inoltre, uno dei suoi obiettivi era proprio «descrivere l’atto del giocare così come si descriverebbe la lettura».
A un certo punto, Prati ha incalzato Schachinger sulla “mascolinità diversa” di Till. È un tema che mi sta a cuore e che ritrovo nelle analisi di Manolo Farci in Quel che resta degli uomini (Ottobre 2025, Nottetempo). Schachinger ha risposto parlando della “comitiva sui mezzi pubblici”: quindicenni che vorrebbero chiedersi gentilezza ma non possono, prigionieri di una dinamica di gruppo che non ammette debolezze. Nessuno oserebbe dire «vorrei che fossimo più gentili tra di noi». L’unico punto in cui la classe sociale non conta è l’angolo fumatori. Ma perché? Schachinger ci ha scherzato su — dando la colpa alla sua dipendenza —, ma è possibile vederci l’unica vera zona orizzontale rimasta, dove le barriere “istituzionali” crollano davanti a un atto sociale rilassato.
L’incontro si è chiuso sulla pandemia. Schachinger la vede come un deus ex machina che ha liberato Till dalle pressioni scolastiche proprio mentre diventava adulto. Mi è rimasta impressa la sua riflessione finale: “tutto è complicato”. In un mondo che brama certezze in bianco e nero, Schachinger — e il suo Till — ci ricordano che sono le zone grigie a essere le uniche veramente interessanti.
