La fine della giovinezza e l'inizio della verità

Viaggio nel libro «Il trentesimo anno» di Ingeborg Bachmann

8 aprile 2026 · Leonardo Alloro

La fine della giovinezza e l'inizio della verità

Chi entra nel suo trentesimo anno, continua a raccontarsi che è giovane, che ha ancora tempo, ma la rottura con sé stessi è improvvisa e in agguato. Questo è ciò che descrive magistralmente l’autrice, quando nel suo libro arriva il mattino in cui il protagonista:

«rimane li steso senza riuscire ad alzarsi, colpito dai raggi di una luce crudele e sprovvisto di ogni arma e di ogni coraggio per affrontare il nuovo giorno»

Questo è l’inizio di una profonda crisi d’identità. Prima di questo risveglio crudele, egli aveva vissuto in uno stato di grazia. S’immaginava di poter diventare qualsiasi cosa: un granduomo, un rivoluzionario, un instancabile lavoratore oppure un «saggio fannullone». Ogni scelta era fatta solo “per prova”, senza vincoli:

«il mondo intero gli pareva revocabile, lui stesso revocabile»

Ecco però il momento in cui “il sipario di alza”: raggiunti i trent’anni, le cose cambiano e non si può più sfuggire: si è obbligati a dimostrare ciò che si è realmente capaci di fare e di pensare. Molte di quelle mille possibilità giovanili sono ormai sfumate o perdute per sempre, e il protagonista si rende improvvisamente conto di essere in trappola. Il vero orrore nasce dal contatto con la società, quando sente un bisogno disperato di fuggire perché «la gente lo paralizza, si fa di lui l’immagine che più le piace». Egli si rende conto che gran parte della sua identità è finta: si sente ridotto a un mero «fascio di riflessi» nutrito dalle «scorie della storia» e dalle aspettative altrui.

Crescere e integrarsi sembra voler dire entrare in una prigione emotiva e scendere a patti con l’ipocrisia. Per la Bachmann, diventare adulti significa dover accettare la solitudine, oppure rassegnarsi a usare quel

«gergo canagliesco che è l’unico linguaggio disponibile per chi non voglia restare completamente isolato»