La fede, il corpo, la rivoluzione: l'universo narrativo di Intan Paramaditha
Intan Paramaditha è un’autrice indonesiana e accademica femminista. Esponente del femminismo gotico, il suo lavoro affronta temi quali il transfemminismo postcoloniale, il transnazionalismo e il rapporto tra religione e secolarismo. In Italia ha pubblicato con Add Editore Gli schiavi di Satana (2025). La notte dei mille inferi (2026) è il suo ultimo romanzo. Intervista condotta in lingua inglese e tradotta dagli stessi intervistatori.
29 luglio 2026 · Letizia Rigotto e Alessandro Dinale
C’erano una volta tre sorelle, anzi quattro, anzi tre: la sposa, la viandante, la custode e la cantastorie. Quando una di loro si perde, sarà compito delle altre cercarla, in un viaggio che porterà sulla scena traumi sommersi, comunità forti e silenziose, storie (quasi) dimenticate e antiche fiabe familiari. Sullo sfondo di Jakarta, New York, Sydney e una casa infestata della provincia di Lampung, si muovono vorticosamente le protagoniste di questo romanzo, ognuna raccontando la propria violenta, dolorosa e incoerente verità, ognuna portando sulle spalle il peso della propria rivoluzione.
- Ne La notte dei mille inferi ci sono molti elementi appartenenti al folklore e alla magia. Uno dei più importanti e ricorrenti è la kuntilanak, uno spirito vendicativo appartenente al folklore indonesiano, malesiano e singaporiano che è tradizionalmente rappresentato come una donna vestita di bianco che, in questa storia, vaga per Victoria House. Questi elementi sono splendidamente interlacciati nella storia, la quale rimane comunque molto realistica. Qual è stato il suo approccio nel fondere questi due tipi di narrativa, folkloristica e realistica, senza permettere che uno sopraffacesse l’altro?
Non vedo il folkloristico e il realistico come due concetti completamente diversi. La mia prima risposta è che mito e realtà, il vero e l’artificiale, o fatti e finzione coesistono sempre. Lo hanno sempre fatto, in ogni cultura e in ogni epoca. Diamo un senso al mondo attraverso le storie. I miti non sono l’opposto della realtà; sono uno dei modi principali con cui elaboriamo la realtà, capiamo il nostro dolore, diamo significato ai nostri fallimenti, giustifichiamo le nostre azioni. Quello che succede realmente e le storie che creiamo per capirlo o contenerlo si sono sempre sovrapposti. Per me, questa sovrapposizione è quello che rende le storie umane interessanti.
Il folklore della kuntilanak ci dice molto della relazione tra il reale e l’immaginato, spiegandoci come usiamo il mito per razionalizzare che cosa facciamo ai corpi, soprattutto a quelli delle donne . Una versione del mito ci dice che è uno spirito selvaggio, spaventoso e incontrollabile, ma che può essere addomesticato piantandole un chiodo nella testa. Quando questo succede, dice la storia, lei potrà diventare una brava moglie e una brava madre. Se si legge attraverso le lenti di come i miti sono creati per dare senso al mondo, ciò a cui si assiste qui è una narrativa profondamente patriarcale: il bisogno di controllare le donne – confinarle e addomesticarle in modo che possano fare i loro doveri domestici. Questo è mito e realtà avvolti l’uno intorno all’altro; la storia della kuntilanak giustifica l’atto violento di addomesticare le donne. Un altro punto di vista che vi voglio offrire è questo: io uso mito e folklore per destabilizzare il lettore e il suo senso della realtà. Penso sia pericoloso – politicamente e filosoficamente – essere convinti di una singola e stabile realtà. Gli elementi mitici nel libro creano insicurezza: fanno ritrovare il lettore in bilico tra realtà e finzione, tra cosa è successo e cosa è stato sognato, temuto o predetto. Il lettore si chiede: è reale questo? È davvero successo? Perché lo trovo impossibile da credere? E facendosi queste domande, se ne pongono una ancora più grande riguardo le loro idee – riguardo cosa conta come prova, verità, o quale versione degli eventi è credibile. Quindi il mio obiettivo non è mai stato gestire il folkloristico in modo che non sovrastasse il realistico. Quello che volevo fare era un caos intenzionale – l’intrecciarsi disordinato e irriducibile di questi due elementi, perché questo intreccio provoca domande riguardo la natura della nostra realtà.
- Nel corso della storia, le voci e i punti di vista di Annisa, Maya, Mutiara e Rosalinda si alternano, molto spesso in prima persona e in contrasto l’una con l’altra. A ogni cambio di prospettiva, al lettore è chiesto di mettere in dubbio la propria idea di un personaggio e ricostruirla: prima come una vittima, poi come una carnefice, e poi ancora di nuovo come una vittima. Diventa impossibile formulare un unico giudizio definitivo: anzi, ciò che viene chiesto è di accettare la complessità e le contraddizioni della natura umana. Durante il processo di scrittura, com’è stato per lei gestire voci così diverse fra loro? C’era un personaggio la cui voce sentiva particolarmente affine alla propria, o al quale si ritrovava a tornare con maggiore affetto man mano che la storia si delineava?
Ogni voce era diversa, e per questo motivo ognuna mi ha posto davanti a una sfida diversa: come far sì che queste voci fossero pienamente vissute e conosciute dal di dentro, anche nei loro autoinganni? La voce di Mutiara è controllata, fredda ed efficiente: è la voce di una donna che ha imparato a controllare tutto e a non sentire nulla, fino a quando qualcosa non comincia a rompersi. Maya è irrequieta, molto consapevole di sé, intellettuale, ma anche evasiva. Sa esattamente cosa sta facendo e lo continua a fare. Annisa non parla direttamente nel romanzo: la sua storia ci giunge a pezzi, attraverso i giornali e le pagine incomplete del suo diario. La sua voce è sempre mediata, costruita e interpretata da altri. È vero che si leggono le sue parole nel diario, ma queste sono frammentarie, e io volevo proprio preservare quel senso di incompletezza, quel non riuscire mai a vedere Annisa a pieno, nemmeno alla fine. E poi c’è Rosalinda: comincia come una narratrice esterna senza nome e si rivela gradualmente, reclamando passo dopo passo la sua storia. La sua voce ha un ritmo differente rispetto alle altre voci del romanzo: è il ritmo di una performer davanti a un pubblico, di una fiaba che viene raccontata ad alta voce. È lei la sorellastra brutta, la cantastorie, quella che guarda tutto da dietro il sipario, proprio perché lei è la sorella dimenticata, che la famiglia ha cercato di cancellare.
Queste voci distinte sono anche i meccanismi tramite cui il romanzo crea le sue verità contrastanti. In un capitolo un personaggio/narratore racconta una verità, e in quello successivo un altro la smantella. Alla fine della storia, non abbiamo una singola verità, ma diverse e inconciliabili versioni della verità.
Il personaggio che mi è più piaciuto scrivere è stata Mutiara. Lei è tutto ciò che non sono: religiosa, pragmatica, moralistica, conservativa, caratterizzata da un profondo senso di responsabilità nei confronti della sua famiglia. Ciò che più mi ha affascinato è stato guardare la storia che racconta di sé stessa distruggersi col passare del tempo . Comincia con delle piccole fratture, con cose che non hanno del tutto senso, che si allargano man mano che la storia avanza. Mutiara è, in un certo senso, una kuntilanak che ha conficcato un chiodo nella sua stessa testa: si è addomesticata, protetta nel bene e nel controllo, ed è il lento e inevitabile fallimento di questa protezione che conferisce ai suoi capitoli la loro tensione.
Un personaggio che sento vicino al mio cuore è quello di Rosalinda. Io non sono come lei, ma aspiro a essere lei, anche se probabilmente assomiglio di più a Maya: privilegiata grazie alla mia educazione e mobilità, ma piena di contraddizioni, irresponsabile e incline all’arroganza. Rosalinda affronta una doppia marginalizzazione, sia come persona appartenente alla classe lavoratrice, sia come donna trans, ed è proprio da quella posizione che solleva la domanda più affilata del libro: chi viene esclusa in nome della sorellanza? Chi è la sorellastra brutta di cui la storia ha bisogno ma rifiuta di mettere al centro? Penso di aver creato Rosalinda e la sua comunità come una proiezione del futuro che desidero. Loro resistono alla cancellazione, la violenza e l’abbandono dello stato attraverso un testardo, poco alla moda, rivoluzionario lavoro di cura.
- Uno dei tanti messaggi che la storia trasmette al lettore è che le femministe di diversi paesi combattono la stessa guerra, ma affrontano battaglie diverse. Lei ha viaggiato molto in diversi paesi e continenti, conoscendo una vasta gamma di religioni e culture, e osservando così diversi problemi sociali. Qual è stata la differenza che ha trovato nella battaglia femminista nei diversi paesi che ha visitato?
Sì, le femministe di paesi diversi stanno combattendo battaglie diverse. È importante non universalizzare queste esperienze. Le leggi del paese, le storie religiose e coloniali, la forma che il patriarcato assume in ogni contesto dà forma all’oppressione e alla resistenza.
Il preconcetto che incontro più spesso è che ci sia un centro femminista, ad esempio quello Euro-Americano, e una periferia che sta provando a raggiungerlo. Penso che dobbiamo imparare di più dalle femministe del Sud Globale. Facendo così, creiamo una mappa più solida e un network di solidarietà e influenza. Molte lotte femministe nel Sud Globale, questioni di religione, classe, razza, e storia coloniale non possono essere separate, perché sono vissute simultaneamente. Come ho citato nel mio articolo su Feminist Review, dovremmo sempre imparare da “altre resisters”.
Quello che i miei viaggi e la mia vita intellettuale mi hanno insegnato è che tutte le lotte sono connesse. È nostro compito continuare a fare questa connessione. Per esempio, come sono connesse la resistenza contro l’estrattivismo patriarcale, coloniale e capitalista in una remota isola dell’Indonesia con il movimento femminista anti-capitalista nel centro urbano in Italia? Stiamo facendo resistenza contro le stesse strutture di oppressione connesse globalmente? Un’altra cosa che trovo ovunque io vada è la stessa frustrazione e lo stesso rifiuto. La frustrazione di fare questo lavoro – il lavoro di cura sociale, il lavoro dell’attivista, il lavoro intellettuale – in condizioni sempre più ostili. Però ho visto il rifiuto di fermarsi, cosa che mi dà ispirazione. Penso sia importante riconoscere una persistenza condivisa nella lotta.
- Add Editore ha pubblicato La notte dei mille inferi nella sua serie horror. Tradizionalmente l’horror è inteso come un genere che evoca paura, disagio e terrore attraverso rappresentazioni disturbanti e spesso violente. In questo senso, questo romanzo potrebbe risultare un horror un po’ anticonvenzionale, dal momento che non ricorre agli elementi più riconoscibili del genere. Che relazione c’è secondo lei tra il suo libro e il genere horror? Lo considera innanzitutto un romanzo horror, o un romanzo a cavallo fra diversi generi?
Non vedo La notte dei mille inferi come un romanzo horror in senso stretto. Nel mio lavoro tendo a esplorare l’horror come un modo piuttosto che come un genere, poiché spesso non rispetto le convenzioni dei generi. Prendo in prestito certi elementi dell’horror per sollevare domande riguardo alla società, oppure riguardo alle idee che ci facciamo della realtà, ma mi rifiuto di costringermi dentro ciò che ogni genere dovrebbe canonicamente trasmettere. Mi muovo sempre in mezzo agli spazi, e voglio che i miei lettori si muovano insieme a me. In generale, direi che le mie storie sono inquietanti, che creano disagio, ma che quel disagio è al servizio di un qualcosa che non può essere rinchiuso in una singola categoria.
Detto ciò, io prendo ispirazione dalla letteratura gotica, nello specifico dalla letteratura gotica femminista. Riconosco la tradizione entro cui lavoro - che parte da Edgar Allan Poe e comprende William Faulkner fino a Toni Morrison, - e che si è sempre interessata tanto di anatomia sociale quanto di terrore. Il Gotico è il genere che si pone domande: che cosa conserva nella memoria una casa? Che cosa seppellisce una famiglia? Che cosa continua a tornare indietro? Nel canone Occidentale questo genere è stato utilizzato per scavare e portare alla luce storie di violenza che le narrative ufficiali sopprimono - ciò che non può essere nominato e che non rimarrà nascosto. Io lavoro in quella tradizione, ma pongo le mie radici in tutt’altro archivio: l’Islam del Sudest Asiatico, il folklore di Nusantara, il particolare intreccio tra la rispettabilità della classe media indonesiana e cosa questa nasconde sotto la sua superficie.
In questa tradizione, le autrici alle quali mi sento più vicina sono Angela Carter, Mariana Enriquez e Toni Morrison - autrici che hanno inteso l’horror non come intrattenimento, ma come metodo: un modo di porsi domande sul potere, sui corpi, su ciò che le società fanno alle donne e a coloro che ritengono sacrificabili, domande che il realismo semplicemente non può porsi.
- Nel mondo Occidentale, in particolare nella cultura cattolica, religione e femminismo sono visti come fondamentalmente incompatibili: la religione assegna spesso alle donne ruoli determinati e subordinati, mentre il femminismo punta a mettere in dubbio e smantellare quei ruoli, non solo per le donne, ma anche per gli uomini. Nel suo romanzo, però, la religione (o meglio, la spiritualità) e il femminismo sembrano convivere in un modo molto più sfumato e delicato. La religione non opprime né sminuisce, ma accompagna e conforta. Dal suo punto di vista, com’è possibile questo dialogo? E che significato può avere per le persone LGBTQIA+ credenti, che spesso vengono escluse e discriminate all’interno delle loro stesse comunità religiose?
Il mio lavoro tende a mettere in dubbio i binarismi, e uno dei binarismi che sono particolarmente interessata a smontare è quello tra il secolarismo e la religione. Sono cresciuta abbracciando il secolarismo e distanziandomi dalla religione. Penso di essere stata, in un certo senso, traumatizzata dalle articolazioni oppressive dell’Islam che ho incontrato quando ero una giovane donna - soprattutto quando ero nei miei vent’anni e, nell’Indonesia post-Riformasi, 1998 [NdR], l’Islam è diventato sempre più presente nella vita pubblica e c’era un’enorme pressione sociale per professare la devozione islamica in modi molto visibili e restrittivi. Col passare del tempo, però ho capito che la relazione tra religione, vita pubblica e la sfera privata è molto più complessa rispetto al semplice binarismo secolarismo/religione.
Ci sono due cose che voglio mettere in discussione nel romanzo. La prima è l’idea della separazione rigida tra religione e secolarismo. In pratica, sia le leggi degli stati Occidentali che quelle degli stati Orientali sono profondamente modellate dalla religione - la religione è già nei nostri spazi pubblici, che noi lo vogliamo o no, che lo ammettiamo o no. La richiesta che la religione venga relegata totalmente alla sfera privata non nega il fatto che la logica religiosa sia già parte strutturante delle nostre istituzioni. Voglio anche mettere in discussione che la religione sia intrinsecamente associata alla sottomissione delle donne. Ho incontrato teologhe femministe che offrono un quadro ben più complesso.
La seconda cosa che voglio contestare è la visione monolitica della religione - nello specifico, in questo romanzo, la visione monolitica dell’Islam. Non si può ridurre l’Islam a una singola parola: conservatorismo, o peggio, radicalismo, che è interconnesso con l’islamofobia nel mondo Occidentale. Quello che volevo mostrare ne La notte dei mille inferi è che la pratica religiosa non è monolitica, bensì plurale, discussa e vissuta in modi diversi da persone diverse, a volte in maniere che sono inconciliabili l’una con l’altra. La devozione di Mutiara come donna islamica è un modo per affrontare una vita diventata insostenibile. La fede di Annisa è stata resa un’arma contro di lei, e lei la reclama in modo violento e distruttivo. E poi c’è Mami Cindy, la leader del gruppo di preghiera delle persone transgender, di quelle donne che si riuniscono per studiare insieme il Corano (Mami Cindy è anche una delle vittime dell’esplosione). La fede del loro gruppo è forse l’elemento più radicale del romanzo, perché rifiuta i termini entro i quali è stato detto loro di dover scegliere: tra l’essere musulmane e l’essere chi sono. Loro non la vivono come una scelta. Pregano, e si prendono cura l’una dell’altra come donne trans. Costruiscono una comunità nel nome della fede, anche se i rappresentanti istituzionali di quella fede provano ad escluderle.
Questa penso sia la cosa più importante che il libro ha da dire alle persone LGBTQIA+ credenti - ed è un qualcosa che ho osservato non nella finzione, ma nella realtà. In Indonesia ci sono donne transgender che praticano l’Islam profondamente e seriamente (potete cercare su Google “pesantren waria” o “Islamic bording school for transgender women”). Il loro rapporto con la propria religione non avviene nonostante la loro identità, è inseparabile da questa.
C’è solo una sola idea che vorrei lasciare al lettore, ed è contenuta nelle prime righe del romanzo. L’epigrafe di apertura è Iqra - la prima parola della prima rivelazione fatta al Profeta Maometto, che significa: leggi. Leggi nel nome del tuo Signore. Per me, è un invito a leggere attentamente, a leggere con attenzione e umiltà, a resistere alla tentazione di un’unica interpretazione prestabilita, e ciò è applicabile non solo ai testi sacri, ma a tutto ciò che il libro rivela: famiglia, religione, politica, gender, classe, cura e violenza.

