Le leggi della forma che abitiamo
Con la sua opera d'esordio «Cartilagine», Giulio Iovine compie un exploit letterario brutale e spiazzante: toglie un grande squalo bianco da un oceano al collasso e lo costringe a farsi umano, affrontando la gravità terrestre, il sudore e la trappola alienante di un corpo "polmonato" incinto di otto feti.
3 giugno 2026 · Leonardo Alloro
Esistono opere capaci di scardinare la superficie della nuova narrativa italiana attraverso una precisione quasi inumana, e Cartilagine è indubbiamente una di queste. Vincitore della XXIII edizione del Premio InediTO - Colline di Torino, il romanzo d’esordio di Giulio Iovine viene pubblicato da Accento edizioni, la casa editrice indipendente milanese fondata nel 2022 che continua a mappare con coraggio le voci più intense del panorama contemporaneo. Allontanandosi da qualsiasi idealizzazione romantica del mondo naturale, Iovine costruisce un noir biologico ed emotivo in cui il mare è un ecosistema ostile e al collasso, e la terraferma è una trappola ormonale e fisica. Quella che segue è una conversazione sul corpo come prigione, sulla morbosità del dolore, sulla scrittura materica e sulla condanna a dover fare i conti con la forma che abitiamo.
- Partiamo dalla premessa di Cartilagine: uno squalo bianco incinta costretto a farsi umano per sopravvivere a un oceano morente. Personalmente ho amato e odiato questa scelta: odiata perché, da ex bambino ossessionato da libri e DVD sui grandi predatori, avrei voluto scriverla io! Adesso come mi giustifico col me stesso di nove anni che mi viene a trovare in sogno a mo’ di Fantasma di Canterville? Invidia a parte: quand’è che hai capito di voler scrivere un romanzo con protagonista proprio uno squalo?
Era da un po’ di anni che guardavo all’attacco di squalo - di cui sono fissato da quando avevo, pure io, nove anni - come possibile sorgente di narrativa. Ma non riuscivo a capire come renderlo interessante, alla fine i resoconti dell’ISAF e le poche comparsate nella fiction sono sempre tutte uguali. Mi sono detto, a un certo punto: se provassimo a sentire cosa ne pensava lo squalo, di questi exploit? Ho scritto un racconto nel ‘19 con un’intervista a una squala. Poi nel ‘21 un altro racconto breve, Raccontami, che è diventato il primo capitolo di Cartilagine quando l’ho ripreso in mano nel ‘23.
- Il mare di Cartilagine è lontano da ogni romanticismo o idealizzazione: è un ecosistema al collasso, svuotato di pesci, inquinato e ostile persino per la regina dei mari, costretta a fuggire sulla terraferma. Oltre a essere un romanzo sulle metamorfosi e sulla crescita, quanto c’è in quest’opera di elegia per un mondo naturale che noi “due-gambe” stiamo distruggendo?
Un bel po’. Sono sensibile al problema da quando sono diventato un nerd di questo argomento, cioè da bambino. Mi disturbano profondamente questioni come il riscaldamento globale, il collasso ambientale e le estinzioni di massa, specialmente quella in corso. Io rischio di non vedere mai dal vivo uno squalo bianco, non tanto perché in Italia ce ne sono pochi e non ci sono le attrezzature apposta, ma perché rischiano di scomparire prima che io mi smuova e vada in Sudafrica…
- Nel romanzo dedichi un’attenzione costante alla fisicità e al disagio. Onoria soffre brutalmente la gravità terrestre perché l’aria non la sorregge come l’acqua. Detesta il sudore, inciampa ed è perennemente ingombrata dal suo stesso peso in questo corpo “polmonato”. Quanto è stato importante per te esplorare il tema del corpo per raccontare il senso di totale alienazione della tua protagonista?
Banalità: se devi dire cosa pensa il protagonista, dillo con le sue reazioni fisiche prima che coi pensieri. Così risparmi una frase di monologo e guadagni un effetto di reale - il sudore, un’ecchimosi, un bernoccolo, le lacrime sono cose immediate e credibili perché le conosciamo veramente tutti. Poi una donna incinta in generale ha questo problema di un corpo che diventa improvvisamente diverso, figuriamoci una che non era nemmeno una donna di suo…
- Non per spoilerare troppo, ma il secondo capitolo del tuo romanzo si intitola “Le stelle fredde”. Siccome ho ascoltato una delle tue precedenti presentazioni del libro, non sono riuscito a non chiedermi se quel titolo in particolare fosse un omaggio esplicito all’omonimo romanzo di Guido Piovene. Se così fosse, ritieni possibile che l’alienazione, il distacco emotivo e la “freddezza” tipici dell’opera di Piovene ti abbiano ispirato per costruire la psiche di Zanardi e quel suo incolmabile “vuoto” interiore?
Ci hai preso, la citazione era proprio da lì e il senso era proprio quello. Sono un lettore di Piovene da tempi non sospetti. Così cervellotico, e tutta quella violenza esplosiva. Ma in realtà tra Zanna e i protagonisti di Piovene non c’è molto in comune. Ho citato il titolo del romanzo per quello che significa di per sé, più che in omaggio a un passo particolare dell’opera di Piovene: il tentativo di raggiungere qualcosa di bellissimo, perfetto e lontanissimo, che comunque non riesce a darti né calore, né amore.
- Zanna è ossessionato dallo Zanardi di Andrea Pazienza, un antieroe la cui caratteristica principale è “il vuoto” interiore e una crudeltà apatica con cui svuota gli altri. Eppure, quando l’adolescente incontra Onoria, si trova di fronte a un predatore vero, animale, e la sua corazza nichilista crolla in una dipendenza affettiva. Come è nata l’idea di contrapporre il cinismo adolescenziale umano alla spietatezza biologica di uno squalo?
Non li vedo tanto contrapposti, perché qui non si ha uno Zanna cinico adolescente vs. un’Onoria spietata. Zanna, poveretto, vorrebbe essere Zanardi ma non può. Il contrasto crolla prima di cominciare. Se lo Zanardi di Pazienza ha sicuramente qualche problema psicologico, lo ha da tempo sepolto in uno stato di perfetta atonia morale. Zanna è lontano milioni di chilometri, lui pensa “che bello, sono vuoto ma come quel figo di Zanardi” e invece no, appena trovi una persona veramente inumana ecco che fai la fine del mascarpone. Massimo Zanardi è la “stella fredda” di Zanna, l’obiettivo di perfetta autosufficienza che lui non raggiungerà mai.
- Leggendo Cartilagine, una delle cose che più colpisce è il ritmo vertiginoso dei dialoghi: sono scambi veloci, senza filtri, che fanno letteralmente divorare le pagine. In un libro dove ci si potrebbe aspettare l’azione fisica di uno squalo, possiamo dire che hai usato la parola e il dialogo quasi come se fossero loro stessi un morso? Come hai lavorato su questo aspetto tecnico?
Ho letto un sacco di fumetti. Mio preferito: PKNA. L’arte del dialogo l’ho imparata lì. Non è una cosa studiata apposta per Cartilagine, i miei dialoghi sono tutti così - o almeno ci provo: ritmo ritmo che finiamo prima, direbbe il Maestro Canello. Mi esercito da quando ero bambino a far sì che i dialoghi siano incisivi, rapidi, densi di informazioni quando si sta discutendo, chiari nell’esposizione dell’opinione dei parlanti quando serve e quindi sintetici, frammentati quando l’azione si fa concitata. Credo c’entri anche il fatto che per anni, da ragazzino, volevo fare il drammaturgo e ho scritto un sacco di copioni che erano solo dialogo.
- Con il passare dei giorni sulla terraferma, Onoria sembra quasi “infettarsi” di umanità: sperimenta attacchi di panico notturni, piange senza volerlo ed elabora sentimenti di frustrazione. Orazio, un altro squalo che però da molto vive tra i “due gambe” e che l’aiuta ad adattarsi, la avverte che il corpo e il cervello umano portano con sé questi pericolosi “sintomi di stress”. Volevi esplorare l’idea che la complessa natura emotiva dell’essere umano sia, in fondo, una sorta di malattia se paragonata alla lineare purezza dell’istinto animale?
Non tanto questo, quanto piuttosto la naturale conseguenza del vestire panni che non sono i tuoi. Se io ti metto in un corpo che ha determinate risposte ormonali ed emotive agli eventi, risposte immediate e non razionali, tu le subisci anche se nella tua vita precedente eri una salamandra. Soltanto che non sei minimamente preparato a questo, e allora sbrocchi. Se succedesse il contrario, id est un umano che finisce nel corpo di uno squalo, pensa che stress a essere improvvisamente immersi in un mondo di sensazioni centuplicate rispetto alle nostre, sette sensi anziché cinque…
- Onoria prova un piacere quasi “liquoroso” nell’intervistare le sue vittime sopravvissute - come Maurizio Lombardo - e si eccita guardando video reali di attacchi di squalo su YouTube insieme a Zanna. Sembra quasi una critica al modo in cui noi umani consumiamo il “true crime” o le tragedie altrui. Che ruolo ha questa morbosità per il dolore nel libro?
Onoria è uno squalo bianco un po’ strano. Ha delle perversioni. Una è questa: mangiare per lei non è solo saziare un istinto, ma godere della sofferenza altrui. Non è tanto una critica ma una sua caratteristica di personaggio che, mi sembra, la pepava un po’, anche perché rielabora e riscrive in termini umani quello che nella sua vita di predatore è semplicemente business. Non vorrei che desse l’idea che i predatori sono “cattivi”: non lo sono. Onoria è una sadica, ma è una cosa sua personale.
- Il corpo umano di Onoria è incinto di otto feti. La gravidanza nel romanzo non ha nulla di sacrale o romantico: è descritta come un peso grottesco, una trappola che le deforma il baricentro e culmina in un parto mostruoso e violento sulla riva. Volevi scardinare la retorica tradizionale legata alla maternità attraverso lo sguardo estraneo e insofferente di un predatore?
Mah, di descrizioni angosciate e angoscianti della maternità ce ne sono tante adesso, credo, e fatte da gente che le ha provate (donne). Personalmente a me interessava rendere Onoria più verosimile dando il suo take di squalo sulla gravidanza: una roba scomoda che tocca fare ogni tot, ma che non aggiunge niente alla vita quotidiana, anzi semmai la rende più difficile. Poi Onoria, incinta o meno, nel suo corpo di squalo se la passa più o meno allo stesso modo; ma nel suo corpo umano sperimenta cambiamenti alienanti.
- L’ultimo capitolo del romanzo si apre con la citazione di una battuta cinematografica fulminante: “Maledetta Italia sentimentale!”. E in effetti, alla fine di un libro così, l’amore e l’affetto sembrano aver infettato i protagonisti, lasciando loro addosso una malinconia inedita. Alla fine di tutto, per quanto ci si sforzi di essere apatici, cinici o “animali”, si è sempre condannati a fare i conti con i sentimenti?
Più pragmaticamente, come dice lo zio Steve, si è sempre condannati a rispettare le leggi della forma che abitiamo - parlo per Onoria, naturalmente. Onoria si è infilata in un corpo che reagisce in maniera emotiva a fatti della vita che il suo corpo originale era programmato per ignorare; e ha dovuto, con la sua testa di squalo, gestire eventi al di fuori della sua quotidianità. Che andasse “in banana” era garantito. Zanna era già umano e per di più un diciottenne pieno di nodi non risolti, figurati se usciva intero da quest’avventura. La battuta, nel film da cui l’ho presa, è comica. Associata al titolo Non è successo niente, ti dice che questa vicenda che sembrava così angosciante a viverla, se la guardi con divertito distacco, è solo una strana avventura estiva.
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