Quando il sangue tradisce: storia di sopravvivenze
«Famiglia abusiva, marito violento, figlio timido, parole strozzate, abbracci non dati»: è in una nebbia di soprusi che vediamo crescere e sopravvivere Raja, Giacomo e Laura ed è dalla quella stessa nebbia soffocante di incomprensioni, silenzi e sopraffazioni che una volta adulti proveranno a fuggire. È La nebbia di Rio. Qui, l'intervista all'autore.
2 ottobre 2026 · Clara Reparato e Marco Romano
Pubblicato da Accento edizioni, La nebbia di Rio è il romanzo d’esordio di Sarvish Waheed. Il romanzo racconta con lucidità e senza filtri le seconde generazioni, la provincia, la genitorialità e l’amicizia: è la storia di Raja, ragazzo italo-pakistano cresciuto a Rio Saliceto, che sin dall’infanzia subisce la violenza del padre; ma è anche la storia del suo legame con Laura e Giacomo, che a loro volta portano su di sé il peso di un passato ingombrante. Nel seguire le loro vite la linea temporale si spezza, si riavvolge e infine si distende, a creare il ritratto sfaccettato di una realtà feroce, dove crescere significa imparare a fare i conti sia con ciò che si eredita sia con ciò che si sceglie di diventare.
- Nel romanzo si confrontano due generazioni: quella dei figli - Raja, Giacomo e Laura - e quella dei loro padri. In ciascuna famiglia affiorano dei traumi: si avverte l’esistenza di una catena di sofferenze che tiene avvinti Raja e Giacomo a Malik e Mauro, si percepisce un velo di silenzi e di non detti che separa Giovanni e Laura, e si intravede una correlazione tra l’infanzia difficile di Raja e la maturità compromessa di Giacomo. Tutti i personaggi sono chiamati a confrontarsi con il male, eppure cercano di elaborarlo e trasformarlo. Pensa che i figli possano interrompere questi meccanismi che altrimenti rischiano di diventare ereditari?
Sì, credo fermamente nell’interruzione della catena, il male che viene tramandato a volte è frutto di ingenuità e ignoranza; se abbiamo la possibilità di accorgercene, di elaborare e analizzare, disponiamo delle carte giuste per diventare ciò che vogliamo. Tutto questo, ovviamente, ha un costo emotivo altissimo. La generazione dei tre protagonisti è quella generazione a cui è stato promesso un futuro che non è mai arrivato, a cui sono stati dati strumenti datati e una mentalità che si è rivelata anch’essa obsoleta - a volte sbagliata e basta. Il risultato è chiaro: un rischio enorme di rimanere intrappolati, fisicamente e mentalmente. Spezzare certe dinamiche richiede molto tempo, pazienza, significa mettere in dubbio tutto ciò in cui abbiamo creduto; inevitabilmente questa situazione porta ad affrontare un cambiamento radicale e, per diventare qualcosa di nuovo, dobbiamo lasciare per strada un pezzo grande di noi.
- La violenza e la rabbia non lasciano scampo, a tal punto che la brutalità del padre in qualche modo si riversa sulla vita di Raja persino al di fuori del contesto familiare: pensiamo, per esempio, al disegno realizzato da bambino, all’episodio del colibrì oppure all’uccisione della nutria. Che rapporto c’è tra la violenza che si consuma nelle mura domestiche e quella che Raja incontra nel mondo esterno?
La violenza domestica fa quasi da ponte per Raja, difatti, volente o nolente si ritrova in mezzo alla bufera, nel mondo, in mezzo alle persone, fra i disagi altrui. Sarebbe stato facile imitare il modello malvagio di suo padre e replicare il male, lui però comprende che c’è qualcosa di sbagliato nell’infliggere dolore “tanto per”. Il disegno con i morti ammazzati, l’uccisione gratuita di una animale, il colibrì per terra e le botte del padre, nascono dallo stesso seme, solo hanno forme diverse. E, soprattutto, la violenza che Raja vive fuori di casa è sotto il suo controllo: sto fuori, o entro?
- Ciò che colpisce particolarmente è l’assenza di ogni forma di ipocrisia, soprattutto nel rifiuto di un’idea obbligata del perdono: Raja non perdona il padre, così come non lo ha fatto lei nella sua storia personale. Quanto è importante il diritto di sottrarsi a una rappacificazione forzata?
È fondamentale in quanto punto cardine per la nostra libertà, ci slega da relazioni che mai ci sono appartenute e che mai avrebbero avuto modo di fiorire. Credo sia rispettoso ammetterlo, perché se è vero che il lieto fine ci fa sorridere, la pace che deriva dall’onestà più cruda è impagabile oltre che base per relazioni sane.
- Con grande onestà ha deciso di non rappresentare il suo protagonista come un eroe, neppure quando indossa i panni dell’educatore a contatto con ragazzi che provengono da situazioni di disagio, poiché Raja «non sente di dover salvare nessuno» e «vuole fare parte, in maniera egoista, solo del lato bello e fruttuoso della loro vita». Crede che i lettori siano ancora alla ricerca di personaggi ideali oppure che abbiano bisogno di figure autentiche, in grado di rispecchiare le contraddizioni della realtà?
Non credo ci sia una risposta assoluta su cosa cerchino i lettori, so solo che era importante dipingere i miei personaggi coni colori più reali e nelle situazioni più sporche; era necessario dare fastidio, andare a scavare dove le domande cercano di nascondersi. Raja non sente, nonostante il suo lavoro, di dover salvare nessuno, perché vuole sopravvivere, portare a casa il suo stipendio, risolvere i suoi problemi e rispondere alle domande che lo tormentano. Non esistono campioni, paladini o persone audaci nella loro totalità, esistono solo gli imperfetti. E lo siamo tutti.
- Soffermiamoci ora sulla forma: il racconto procede attraverso salti, ritorni e sovrapposizioni temporali, intrecciando la focalizzazione di Raja con quella degli altri personaggi. Ciononostante ne risulta una narrazione organica, in cui i diversi piani si integrano e completano reciprocamente. Questa struttura accompagna il romanzo sin dall’inizio o è il frutto di un lavoro di tagli e ricomposizioni successive?
Il romanzo era nato quasi come un insieme di racconti, poi, man mano che prendeva forma c’è stata la necessità di creare dei legami più forti, di amalgamare le situazioni e rendere la scrittura da strettamente personale a qualcosa di più strutturato e complesso. L’idea era di andare avanti e indietro nel tempo, simulando i pensieri che ci accompagnano quotidianamente: oggi pensiamo al domani, domani pensiamo a ciò che siamo stati. Attingendo a situazioni che ho vissuto mi è venuto naturale lavorare sui salti temporali, anche se poi, certamente, c’è stato molto lavoro successivamente per dare coerenza alla storia che volevo raccontare.
- La nebbia di Rioè un romanzo, ma è in parte anche la sua storia. Dopo essere cresciuto nella provincia emiliana, proprio come Raja, ha viaggiato e vissuto in diversi Paesi europei per poi far ritorno in Italia. Nei ringraziamenti colpisce la consapevolezza che ha raggiunto: «La vita di provincia che ho odiato da ragazzino è la stessa che ho cercato da adulto». In che modo è riuscito a fare pace con Rio Saliceto e con i ricordi che quel luogo custodisce?
Rio Saliceto mi ha cresciuto, ci sono stati anni difficili ma anche di crescita e ambizioni, dove il contesto provinciale mi ha protetto rispetto alle grandi città. Chiaramente da bambini o adolescenti non si ha la maturità per capire tutta la bellezza che un posto simile ci riserva, quindi si cerca sempre la fuga. A volte, quando si ritorna si rimane delusi, altre volte siamo colpiti da nostalgia ed entusiasmo, dai ricordi, insomma. È una calamita, bisogna ritornare e non c’è risposta a questo mistero. Dopo aver vagato, abitato, fatto esperienze, ritornare è qualcosa che per me è stato incontrollato. Una ricerca di pace e tranquillità.

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