Disclosure day: credere nell'altro.

A quasi cinquant'anni da Incontri ravvicinati del terzo tipo, Steven Spielberg torna al cinema fantascientifico con un'opera che supera il dubbio sull'esistenza aliena per concentrarsi sulle reazioni umane. Tra dinamiche da spy movie, la ricerca di Emily Blunt e la regia spettacolare di sempre, il film trasforma il contatto extraterrestre nell'ultima speranza per una società al collasso.

17 giugno 2026 · Edoardo Gallo

Disclosure day: credere nell'altro.

Era il 1977 quando usciva nelle sale Incontri ravvicinati del terzo tipo, un film destinato - insieme a E.T. di cinque anni dopo - a riscrivere il genere fantascientifico del contatto con gli alieni. La meraviglia e lo stupore prevale sulla paura dell’ignoto, qualcosa di lontano ma che stimola un’infinita curiosità.
Dopo 50 anni Spielberg torna ad analizzare questa connessione, ma sorvolando sulla possibile esistenza o meno del fenomeno. 

È dato per assodato, chi crede ne è convinto e lo spettatore ne è subito consapevole.

Il film scorre piacevolmente grazie all’atmosfera “spy movie” e all’azione concitata della prima ora, disseminando qua e là domande sulle possibili conseguenze della scoperta aliena. Emily Blunt, e la sua ricerca del compagno Josh O’Connor, sono il perno emotivo dell’opera, che svela come l’empatia e la comprensione siano ciò che gli extraterrestri vogliono mostrarci e farci riscoprire. Fa un po’ acqua, nonostante l’ottima interpretazione di Colin Firth, il ruolo dell’agenzia segreta che sostiene la cospirazione: troppo potente e minacciosa sulla carta, ma che si rivela a tratti incompetente nell’azione sul campo, facendoti chiedere come abbiano nascosto tutto ciò per settant’anni. La magia del regista resta sempre quella di meravigliare e intrattenere con sequenze spettacolari, luci e movimenti inaspettati, sfruttando, come pochi sanno fare, la bellezza di seguire una storia in una sala, dove tutto rimane sospeso. Quello che cambia agli occhi di Spielberg è la paura dell’uomo di fronte alle conseguenze di una tale scoperta, come potrebbe impattare sull’opinione pubblica mondiale. Terreno questo fertile per insabbiare tutto, nascondere ai più la verità e continuare a lasciare il sistema così com’è. Ma nei giorni nostri la società che abbiamo costruito sta andando verso il collasso e Spielberg, coadiuvato dallo sceneggiatore David Koepp, vede nella forma aliena la nuova speranza. Religione e fede classica, che sia essa cristiana, islamica o altra ha fallito in parte nell’unire e conciliare le popolazioni. Credere non basta più, la prova tangibile di qualcosa al di là di noi può aiutarci a ridiscutere il nostro ruolo nel grande sistema del creato e, forse, rigettare angherie e soprusi che oggi ci sembrano ordinari. Per fare questo, in un modo forse anche nostalgico, si ricorre alla potenza delle immagini video. Una verità assoluta e incontrovertibile, nonostante sia l’era dell’AI e dei deepfake.

Una scelta romantica, ma prevedibile, da chi ha fatto del cinema la sua più grande passione e ragione di vita.

Si discuterà, già lo si fa, di quanto sia opinabile questa visione e  di determinate scelte e tematiche affrontate, ma è anche questa la bellezza di un film.