La solitudine come conquista: anatomia di una donna libera
Pubblicato per la prima volta nel 1955 e riportato in libreria da Cliquot nel dicembre 2023 nella collana «Biblioteca» con la prefazione di Nadia Terranova, «Prima e dopo» di Alba de Céspedes racconta come un dettaglio minimo – l'addio di una domestica – possa innescare una spietata resa dei conti esistenziale. Un romanzo di tagliente modernità sul prezzo dell'indipendenza, sul confine tra conformismo e libertà, e sull'inconciliabile frattura tra lucidità e felicità
6 ottobre 2026 · Alessandra Scirocchi
“Non so che darei per non capire quello che capisco.”
La trama è quasi banale: una tra mille possibili. Un momento, un dettaglio, qualcosa che si rompe - come una domestica che improvvisamente decide di dare le dimissioni - e il mondo intorno comincia a tremare. Irene ha una storia, un lavoro che ama, una famiglia benestante da cui si discosta, delle sorelle - fisicamente o mentalmente - lontane, un matrimonio naufragato prima ancora di salpare e un amante che potrebbe amare, se solo avesse capito cosa sia l’amore.
Soprattutto, però, Irene ha delle idee, idee che in principio erano meri istinti, il sentore vago di una realtà a cui non sappiamo dare un nome finché qualcuno non ci offre le parole giuste. E allora la guerra, l’università, il giornale, i colleghi e le “voci” che vorticano intorno alla sua esistenza hanno fatto il resto. Quando la domestica decide di andarsene, a Irene sembra che il mondo, il suo mondo, inizi a crollarle sotto i piedi. L’impressione che si ha, fin dall’inizio, è quella di parlare al telefono con un’amica di vecchia data che non sentiamo quasi mai. Irene ci chiama e ci parla. Ci racconta di Erminia, di come il suo abbandono l’abbia portata ad avere una resa dei conti con quella che era stata la sua vita fino a quel momento, vita alla quale allude come se noi sapessimo già tutto, come se il suo raccontare fosse tutt’al più un “ricordarci”, addirittura accennando ad eventi o decisioni senza prendersi la briga di approfondire o spiegare. E noi le crediamo, annuiamo e condividiamo ricordi che non ci appartengono, ma che in qualche maniera in quel momento sentiamo nostri, se non altro nelle scelte che ne sono derivate, in ciò che quei ricordi hanno reso Irene e, rispettivamente, hanno reso anche noi.
Lo stile impeccabile ci guida verso una serie di riflessioni di straordinaria attualità. Il libro nasce negli anni Cinquanta del secolo scorso, eppure lo sguardo della scrittrice ci spiazza per la sua incredibile attualità. Viene da chiedersi se questo sia merito - o colpa - di una sua straordinaria lungimiranza o di una nostra mancata evoluzione come società civile. I personaggi con cui si confronta Irene, nel presente della narrazione e nei ritorni del suo passato, sfilano seguendo un ordine preciso: ciascuno di loro le permette di soffermarsi sopra ognuno dei suoi punti fermi, travolto dal terremoto seguito all’uscita di scena di Erminia. Ripercorrendo il sisma a ritroso si arriva, nelle ultime pagine, a quello che forse è il vero l’epicentro: Pietro. Un Pietro spaventato, mostrato in tutta la sua fragilità.
Ed è lì che Irene capisce che le loro solitudini, disperazioni e paure, strette abbracciate su un letto, sono forse l’unica forma di felicità su cui tanto si sono - e ci siamo - interrogati in queste pagine. Una lettura lineare, capace però di scavare dei solchi profondi. Forse non consegnerà a ciascuno le risposte di cui ha bisogno, ma di certo pone le giuste domande, e noi siamo grati ad Irene, e ad Alba, per questo.

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